Cooperative Brodolini, quarant’anni dopo i bambini di ieri fanno giocare i figli di oggi

Ci sono luoghi che si abitano e luoghi che, con il tempo, finiscono per abitare le persone.

Le Cooperative Giacomo Brodolini di Battipaglia appartengono alla seconda categoria.

Quarant’anni fa erano palazzi appena costruiti, appartamenti nei quali sistemare mobili e scatoloni, famiglie che cominciavano una nuova vita e vicini di casa che ancora dovevano imparare i rispettivi nomi. Oggi, osservando le fotografie ingiallite dei primi Giochi Estivi e confrontandole con quelle scattate domenica 6 settembre 2026, la sensazione è che in mezzo non siano trascorsi semplicemente quattro decenni.

È passata un’intera generazione.

I bambini con le magliette larghe, i pantaloncini colorati e i cartelli delle squadre sono diventati adulti. Alcuni sono andati via. Altri sono rimasti. Qualcuno, dopo aver costruito la propria vita altrove, ha deciso di tornare.

E molti di quelli che quarant’anni fa correvano nei vialetti oggi si ritrovano negli stessi spazi a guardare correre i propri figli.

È probabilmente questo il significato più profondo dei 40 anni delle Cooperative Giacomo Brodolini: non la semplice longevità di un complesso residenziale, ma la capacità di un luogo di trasformarsi in comunità e, soprattutto, di riuscire a trasmettere quella comunità nel tempo.

Tutto cominciò nel 1986, con 72 famiglie e tante vite da costruire

Il primo lotto delle Cooperative Brodolini aprì nel 1986 e accolse 72 famiglie.

Tre anni più tardi, nel 1989, ne arrivarono altre 56 con il secondo lotto.

Erano soprattutto giovani coppie, famiglie di lavoratori, dipendenti di aziende di Battipaglia e dei comuni vicini. Molti provenivano anche da altre zone della provincia di Salerno e si ritrovarono improvvisamente a condividere non soltanto spazi condominiali, ma una fase intera della propria esistenza.

C’erano mutui, figli piccoli, lavori, giornate da organizzare e un quartiere nel quale cominciare da zero.

La risposta a quella novità arrivò quasi spontaneamente: stare insieme.

Già dal 1987 le occasioni per incontrarsi diventarono una costante.

D’estate c’era il campetto.

D’inverno le sale condominiali.

Si organizzavano la festa di inizio estate e quella di fine estate, Carnevale, cene, momenti condivisi.

Non servivano grandi strutture. Bastavano tavoli, sedie, qualcosa preparato in casa e soprattutto la volontà di non chiudere la porta dell’appartamento dimenticandosi di chi viveva pochi metri più in là.

Le fotografie conservate da quelle famiglie raccontano un’epoca molto meglio di tante parole.

Gruppi di bambini schierati davanti ai palazzi. Cartelli realizzati a mano. Magliette uguali per distinguere le squadre. Ragazzi più grandi che accompagnano quelli più piccoli. Genitori che osservano.

Immagini normali.

Ed è proprio questa normalità, oggi, ad apparire straordinaria.

I primi Giochi Estivi e quell’idea nata tra i genitori

I Giochi Estivi iniziarono praticamente insieme alla vita della cooperativa.

Era il 1986 quando un residente, Ugo Daniele, lanciò l’idea, coinvolgendo altri genitori nel ruolo di caposquadra.

Il principio era semplice: far giocare i bambini e, attraverso gli stessi, permettere alle famiglie di conoscersi.

Non c’erano smartphone.

Non c’erano gruppi WhatsApp.

Non esistevano social network sui quali organizzare una riunione in pochi minuti.

C’erano invece cartelloni scritti a mano, passaparola, persone che bussavano alle porte e ragazzi che trascorrevano ore insieme negli spazi comuni.

I giochi diventarono presto uno degli appuntamenti più attesi dell’estate.

La competizione contava fino a un certo punto.

Ciò che restava davvero era tutto quello che accadeva intorno: le squadre, le prove organizzate insieme, le risate, le discussioni, le serate trascorse nel parco e quella sensazione, difficilmente misurabile, di appartenere a qualcosa.

Poi furono proprio i bambini a diventare organizzatori

Con il passare degli anni accadde qualcosa che oggi appare quasi come l’anticipazione di quello che sarebbe successo quattro decenni dopo.

I figli dei primi residenti crebbero.

E alcuni di loro, dopo essere stati per anni semplici partecipanti, decisero che i Giochi non dovessero dipendere soltanto dagli adulti.

Nacque così un gruppo formato da ragazzi della cooperativa.

Si facevano chiamare “I Soliti Abusivi”.

Erano giovani, avevano pochi soldi, pochi sponsor e una quantità di mezzi infinitamente inferiore a quella disponibile oggi.

Eppure riuscirono a portare avanti i Giochi per diverse edizioni.

A distanza di anni, raccontando quella stagione con ironia, viene quasi spontaneo chiedersi come ci siano riusciti: non avevano grandi budget, non avevano strumenti digitali, non avevano neppure ChatGPT per aiutarli a preparare programmi, testi o materiali.

Avevano però tempo, fantasia e il desiderio di continuare qualcosa che consideravano proprio.

Per i cartelloni, ancora oggi, resta il ringraziamento alla pazienza e alla bravura di altri ragazzi residenti nel parco che li realizzavano a mano.

Non era un evento organizzato per qualcuno.

Era un evento organizzato da una comunità per se stessa.

Gli anni Duemila e il silenzio

Come accade spesso alle tradizioni legate a una generazione, con il tempo arrivò una fase diversa.

Qualche edizione era già saltata in passato.

Poi, negli anni Duemila, i Giochi finirono progressivamente per interrompersi.

I bambini diventarono adulti.

Arrivarono l’università, il lavoro, le nuove case, i matrimoni, i figli.

Le giornate cominciarono a riempirsi di altri impegni e ciò che sembrava eterno durante l’infanzia diventò lentamente un ricordo.

Per oltre dieci anni gli spazi continuarono naturalmente a essere vissuti.

Ma mancava quell’appuntamento capace di riunire tutti.

Fino al 2019.

Il ritorno del 2019: questa volta i bambini erano diventati genitori

La rinascita arrivò da chi quei Giochi li aveva vissuti in prima persona.

Tra i protagonisti del ritorno ci sono Antonio Casella, Stefano Tenaglia, Chiara Giancarlo, Ivan Percannella, Domenico Marino e Rino Dell’Angelo.

I primi tre condividono una storia particolarmente simbolica: sono cresciuti nella cooperativa e oggi vi abitano con le proprie famiglie.

Stefano Tenaglia e Chiara Giancarlo, marito e moglie, sono entrambi figli di quel mondo.

Prima partecipanti.

Poi adulti.

Poi genitori.

E infine organizzatori della stessa festa alla quale avevano preso parte da bambini.

Accanto a loro, nel tempo, tante altre famiglie formate da persone cresciute alle Brodolini e rimaste o tornate a vivere lì: tra gli altri Giuseppe D’Ambrosio, Valentina Grande e Annalisa Giancarlo.

Il 2019 fu il punto di ripartenza.

Ma la motivazione andava molto oltre il desiderio di recuperare una tradizione.

Era cambiato il mondo.

Dare ai figli una vita un po’ più “offline”

Chi oggi ha quarant’anni è cresciuto in una dimensione profondamente diversa da quella dei propri figli.

Le giornate di allora erano fatte di campetti, biciclette, gruppi di bambini, porte di casa lasciate aperte, pomeriggi trascorsi senza sapere esattamente che ore fossero.

Quella di oggi è un’infanzia molto più connessa.

Schermi, videogiochi, smartphone, chat, social.

La tecnologia non è necessariamente un nemico, ma ha cambiato il modo di stare insieme.

Ed è proprio da questa consapevolezza che è nata buona parte della volontà di rilanciare i Giochi.

Le Cooperative Brodolini sono una zona tranquilla, vicina al centro di Battipaglia ma abbastanza raccolta da permettere ai bambini di muoversi, incontrarsi e riconoscersi.

Per alcuni di quei ragazzi diventati adulti, tornare a vivere lì significava anche provare a offrire ai propri figli una possibilità rara: conoscere un po’ della spensieratezza che loro avevano ricevuto gratuitamente.

Non replicare artificialmente gli anni Ottanta.

Non vivere di nostalgia.

Ma conservare il principio che li aveva resi speciali: uscire di casa e trovare qualcuno.

Domenica 6 settembre, quarant’anni dopo

Ed è così che si arriva al 2026.

Quarant’anni dopo il primo insediamento, domenica 6 settembre le Cooperative Giacomo Brodolini hanno celebrato il proprio anniversario nel modo forse più naturale possibile: facendo nuovamente giocare bambini e ragazzi.

Circa cento partecipanti.

Dieci squadre.

Oltre la metà composta da bambini e adolescenti.

Ogni squadra con un colore differente e un nome ispirato alle grandi popolazioni dell’antichità: Romani, Celti, Vichinghi e altre identità utilizzate per trasformare per qualche ora vialetti e spazi comuni in piccoli territori da difendere attraverso giochi, prove e sfide.

Le immagini dell’edizione 2026 hanno qualcosa di sorprendente se affiancate alle fotografie storiche.

Cambiano i colori.

Cambiano le pettinature.

Cambiano le maglie.

Cambiano naturalmente i volti.

Ma alcune inquadrature sembrano quasi le stesse.

I bambini seduti davanti.

Gli adulti alle loro spalle.

Le squadre raccolte insieme.

Il cortile come centro di tutto.

Soltanto che molti degli adulti che oggi stanno dietro ai ragazzi, quarant’anni fa erano i bambini seduti davanti.

Una maglia con il numero 40 e la storia addosso

Per l’anniversario sono state realizzate maglie celebrative.

Il numero 40 compare come un simbolo che non riguarda soltanto l’età della cooperativa.

Quelle maglie rappresentano quarant’anni di fotografie, amicizie, famiglie, litigi dimenticati, estati trascorse insieme e persone che magari oggi si vedono molto meno rispetto a un tempo.

C’è stata anche una torta per celebrare l’anniversario.

E soprattutto sono state scattate fotografie con alcuni degli organizzatori storici.

In quelle immagini passato e presente smettono per un momento di essere categorie differenti.

Famiglie come Vassallo, Giordano, Percannella, Casella, Tenaglia, Selce, Dell’Angelo, Anzalone e Rizzo, tra le altre, hanno attraversato in forme differenti la vita della cooperativa.

Non tutti sono stati organizzatori.

Ma in epoche diverse sono stati presenti, hanno partecipato, accompagnato figli e oggi nipoti, o semplicemente sono tornati per rivedere persone con le quali hanno condiviso pezzi importanti della propria vita.

Chi è andato via continua a tornare

Un altro aspetto racconta bene la forza del legame.

Non tutti quelli che organizzano e partecipano oggi vivono ancora all’interno delle Cooperative Brodolini.

Famiglie come Percannella e Rizzo, per esempio, abitano altrove, pur restando nella zona.

Eppure tornano.

Partecipano.

Aiutano a organizzare.

Questa è forse la prova più evidente che il legame costruito nel tempo non coincide più con un semplice indirizzo.

Una casa si può vendere.

Un appartamento si può lasciare.

Ma se quarant’anni dopo senti ancora il bisogno di tornare per una festa estiva, probabilmente quello spazio è diventato qualcosa di più difficile da definire.

La festa finale e quel momento in cui il tempo sembra fermarsi

Domenica la giornata avrebbe dovuto concludersi semplicemente con una festa per tutti.

Ed effettivamente i bambini e i ragazzi hanno ballato, riso e continuato a divertirsi.

Ma proprio mentre i più piccoli vivevano il presente, tra gli adulti è accaduto qualcosa di diverso.

Si sono messi a parlare.

Del passato.

E del presente.

Di persone che non vedevano da tempo.

Di lavori.

Di famiglie.

Di figli.

Di cosa fosse successo negli anni passati senza riuscire a incontrarsi davvero.

La quotidianità adulta ha questa capacità: occupa quasi tutto.

Ci sono sveglie, impegni, scuole, uffici, bollette, appuntamenti e responsabilità.

Anche amicizie lunghissime rischiano di ridursi a messaggi o telefonate rimandate.

Per qualche ora, alle Brodolini, quel meccanismo si è interrotto.

Mentre i bambini ballavano, gli adulti sono tornati semplicemente amici che seduti su una panchina o un muretto passavo ore a chiacchierare senza contare i minuti.

Proprio come quando i problemi sembravano non esistere.

Ed è forse questo il momento che meglio spiega perché i Giochi siano tornati.

Non è nostalgia, è memoria che diventa futuro

È facile interpretare iniziative del genere come operazioni nostalgiche.

“Si stava meglio prima.”

“Una volta i bambini giocavano davvero.”

“Non esistono più le comunità di un tempo.”

Ma la storia delle Cooperative Brodolini dice qualcosa di più interessante.

Nessuno può riportare indietro il mondo.

E nessuno dovrebbe provarci.

I figli di oggi cresceranno in un’epoca diversa da quella dei loro genitori.

Avranno strumenti diversi, abitudini diverse e possibilità diverse.

La sfida non è impedire il cambiamento.

È evitare che il cambiamento cancelli alcune cose semplici.

Conoscere il nome del bambino che abita nel palazzo accanto.

Giocare con qualcuno che non hai scelto attraverso un algoritmo.

Perdere.

Vincere.

Litigare.

Fare pace.

Aspettare il proprio turno.

Stare in una squadra.

Sentirsi parte di un posto.

La seconda generazione custodisce ciò che ha ricevuto

Oggi sono soprattutto i ragazzi cresciuti alle Brodolini a tenere viva questa esperienza.

Sono la seconda generazione di una storia iniziata con i loro genitori.

Al loro fianco ci sono i figli, ancora bambini e adolescenti, che stanno costruendo ricordi senza probabilmente comprendere fino in fondo il valore che potranno avere tra trent’anni.

È esattamente ciò che accadde ai loro genitori.

Quando correvano nei cortili non sapevano che quelle giornate sarebbero diventate una delle ragioni per cui, da adulti, avrebbero scelto di tornare.

Non potevano immaginare che un giorno avrebbero organizzato gli stessi giochi.

Non potevano sapere che avrebbero guardato un figlio correre nello stesso spazio nel quale loro avevano corso.

Lo capiscono soltanto oggi.

Il sogno delle cene da riportare indietro

Manca ancora un pezzo.

Le storiche cene di inizio e fine estate, quelle tavolate che un tempo rappresentavano appuntamenti fissi della vita condominiale, non sono ancora tornate stabilmente.

Gli organizzatori ci stanno pensando.

L’idea è provare progressivamente a recuperare anche quella tradizione.

Non è semplice.

Le famiglie di oggi hanno ritmi differenti, organizzare centinaia di persone richiede tempo e la vita condominiale non è più quella degli anni Ottanta o Novanta.

Ma il desiderio esiste.

E dopotutto anche i Giochi, per molto tempo, sembravano appartenere soltanto al passato.

Poi qualcuno ha deciso di riprovarci.

Una comunità costruita da tante mani

Un evento di queste dimensioni richiede anche sostegno concreto.

L’edizione del quarantennale è stata resa possibile grazie al contributo e alla collaborazione di diverse realtà del territorio: Artigraf, Bar River 2.0, Dental Sud, Serisud, Auto Aliberti, Opificio Pomposelli, Pasticceria Asia, 22 Pazzi Eventi, Nuova EurogelSud, Impianti Elettrici Digital, ASD Ave, FantalegaBattipaglia, RD Organizzazione di eventi, Il Giardino dei libri, BA Decoration e Macco.

Un sostegno importante soprattutto perché permette a un’iniziativa nata dal basso di continuare a conservare quella dimensione popolare e familiare che la caratterizza fin dalle origini.

Ma al centro restano sempre loro.

Residenti.

Ex residenti.

Genitori.

Figli.

Amici.

Quarant’anni dopo, la vittoria più importante non ha una classifica

Alla fine dei Giochi ci sono naturalmente classifiche, squadre che vincono e squadre che perdono.

Ma nessuno, tra qualche anno, ricorderà davvero il punteggio del 6 settembre 2026.

Esattamente come gli adulti di oggi ricordano poco dei risultati delle edizioni alle quali parteciparono da bambini.

Ricordano invece le persone.

Le magliette.

I pomeriggi.

Gli organizzatori.

I cartelloni.

Le corse nei vialetti.

Le feste.

E soprattutto ricordano come si sentivano.

È questo ciò che stanno cercando di lasciare ai figli.

Non una copia della loro infanzia.

Una possibilità.

La possibilità che, tra quarant’anni, qualcuno di quei bambini guardi una vecchia fotografia e riconosca il luogo nel quale è cresciuto.

Che magari ci torni.

Che ritrovi un amico.

Che organizzi nuovamente una festa.

E che, guardando i propri figli correre nello stesso cortile, capisca finalmente cosa avevano provato i suoi genitori domenica 6 settembre 2026.

Perché le Cooperative Giacomo Brodolini compiono quarant’anni, ma la loro storia più bella non è quella degli edifici costruiti nel 1986.

È quella di una comunità che, dopo quarant’anni, continua ancora a scegliere di incontrarsi.

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